• Filippo Minelli Exhibition
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  • Filippo Minelli
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BLACKOUT
Sculpture, 80x480x30cm
2008

EXHIBITED AT
‘Industrial Lies’ groupshow, curated by Giovanni de Donà.
Dispari&Dispari Project, Reggio Emilia / Italy

Il tradizionale metodo tassonomico di definizione delle arti, se spinto alle sue più estreme e perniciose conseguenze, porta ad una catalogazione delle opere in base a quelle che sono le linee guida poste dalla segmentazione del mercato. Queste linee vengono spesso comodamente tracciate attraverso un uso superficiale e opportunista della ricerca fenomenologica che finisce per asservire la catalogazione delle opere, in modo da controllarne meglio l’avvento, la quotazione, e la data di scadenza. L’errore da non commettere è appunto quello di interpretare grossolanamente l’opera di Minelli come un percorso interno alla categoria della cosiddetta “Street Art”, finalizzato alla rappresentazione identitaria dell’autore disperso nella giungla urbana e fuggito altrove con la sua tecnica, le sue bombolette, i suoi stickers, i suoi fumogeni, il suo nastro adesivo, la sua dinamite.
Non dimentichiamo la macchina fotografica, mezzo che riporta la fedele visione d’artista del suo operato nell’ambiente. L’ambiente così ritratto, modificato dagli interventi di Minelli, rimanda spesso a scenari esotici, dalla Cina al terzo mondo, dalle favelas del Sudamerica alla Transnistria del traffico d’armi, allo Srilanka, alla Mauritania delle navi abbandonate con le stive piene di chissà che cosa, fino al muro tra Israele e Palestina.
La tensione che emerge è quella del rischio, che non è quello di una multa sul metro, e non è solo dell’autore, ma è il rischio incarnato di tutta la nostra
civiltà cosiddetta occidentale, visto che spesso ne ritrae le macerie periferiche, le contraddizioni, i rifiuti delocalizzati, mostrando un altrove sempre meno diverso dal nostro presente reale o incombente. L’artista si muove nel mondo di oggi, prende aerei, acquista e rivende automobili di dubbia affidabilità e provenienza, parte in cammello con una guida improvvisata, si reca spesso in luoghi dove non dovrebbe esserci un occidentale, affronta il rischio di comprendere le contraddizioni senza cliccarle su Google o su Wikipedia, stringe amicizie ma non solo su Facebook.
Il suo è un disperato tentativo di esserci, di ricordarci che bisogna esserci, attraverso l’esperienza diretta, non solo mediata. Non per questo rifiuta le tecnologie, anzi, se ne serve per potenziare ulteriormente il suo messaggio, ne cita i marchi attraverso azioni parossistiche anche tecnicamente riconducibili alla Street Art, ma lo fa nell’intenzione di riportare il remoto al suo senso originario, per esistere in quell’altrove, per indagare lo spazio e il limite del linguaggio nell’era del digital divide.
Il fatto che l’artista si avvalga anche di certi mezzi, che potrà anche aver esperito nell’uso in passato, non può tuttavia diventare una discriminante categorica a fronte della sua intenzione.
Il paradosso espresso dalla scritta “forever” proiettata dall’artista, esprime un vivo senso di caducità, implicitamente connessa alla possibilità dell’azione sull’interruttore del proiettore. Il senso della disillusione verso le ideologie politiche e religiose che predicano possibilità di salvezza sventolando le loro
bandiere, della consapevolezza della transitorietà e della durata, della frivolezza del mezzo tecnologico in sè, permeano tutta la produzione dell’artista. Certo, l’opera è merce finchè l’interruttore è acceso. Così come le scritte sui muri si logorano, gli intonaci cadono o vengono ridipinti, le petroliere affondano e gli elefanti si lavano, il grano viene tagliato.
Rimangono delle immagini da rendere agli umani, come testimonianza di un’azione continua di esplorazione delle contraddizioni culturali che non tende all’intrattenimento, ma alla vita.

Giovanni de Donà, Bologna 8 giugno 2011