| Mauro Corradini
"2002-2007", Brescia 2007 |
Filippo Minelli (Brescia 1983) parla
con naturalezza del suo incontro con il segno, con i muri urbani,
con quelle manifestazioni di natura "trasgressiva" che
hanno costituito in origine i disegni delle metropoli del mondo.
I graffiti dei writers segnano in una certa misura il paesaggio,
finoquasi a diventare un elemento di non-disturbo, fino quasi a
contraddire l'origine e la volontà d'origine (disordine e
anti-informazione, uscita dal tessuto del sistema arte e così
via), giungendo, nei casi più noti - riferimento ineludibile
per ogni writer - ad assurgere al ruolo d'artista nelle stesse gallerie
utilizzate come bersaglio dell' iniziale contestazione.
All'inizio il lavoro di Minelli è quasi spontaneo, è
il ragazzo di Steinbech che vuole lasciare una traccia di sé,
del suo passaggio terreno, sul muro: e sul muro si scrivevano solo
parole, come il "Samo" che costituisce all'inizio della
sua carriera il nome d'arte per le parole di Basquiat, modello insuperabile
per ogni writer e guida più o meno segreta e dichiarata per
il "nostro" Minelli.
Ma l'arte è qualcosa di più di un semplice moto istintivo;
dopo i primi tempi vengono la scuola, l'educazione, viene l'accademia
compiuta a Brera, per acquisire quegli strumenti indispensabili
che sono il sostrato di ogni manifestazione artistica, magari per
poi dimenticarli subito dopo, per superarli come desiderio inespresso.
Anche la vita in numerosi luoghi e città europee, anche gli
incontri dove ci si confronta con artisti che si muovono sul suo
stesso terreno offrono stimoli e portano a riflettere. Non più
solo parole, frasi, non-sense voluti e cercati, ma disegni veri
e propri, racconti quasi, con personaggi che uscivano sempre di
più dalla narritività per approdare a forme vicine
all'astrazione.
Nel volgere breve di pochi anni la pittura di strada di Minelli
(ma non di lui solo) si evolve; nasce una nuova corrente che si
chiama Street-Art, un'arte che nasce sulla strada ma poi approda
alla galleria, entra in circuiti non del tutto ufficiali, anche
se, prima o poi, il mercato onnivoro finirà per inglobarla;
e trasformarla in un nuovo feticcio, in una nuova "corrente",
se è possibile per un arte di protesta e di strada diventare
corrente.
Anche Minelli ormai si muove verso le nuove strategie della corrente,
al cui interno si colloca e di cui è uno dei paladini (almeno
da noi). "Anche il graffitismo ha i suoi miti, i suoi circuiti,
i suoi luoghi - dice il pittore bresciano - Anche la street art
ha i suoi materiali, i suoi strumenti di informazione, anche i suoi
cisrcuiti espositivi. Io stesso ho un gallerista che ormai segue
il mio lavoro in forme continuative".
Il suo segno, la sua parola, è diventata una figura astratta;
ma il graffitismo rifiuta le etichette proprie dell'arte, le correnti
proprie del sistema dell'arte; mantiene la forza giovane di voci
che vogliono trasgredire, o semplicemente dire, utilizzando una
lingua più facile, forse più immediata, comprensibile
per i suoi ritmi interiori, più che per le figure rappresentative.
Diversi i materiali, diversi i circuiti: i supporti sono assi, non
le antiche "tavole"; assi d'imballaggio, ben accostate,
in cui si calano i segni espressionisti come colpi di bisturi. E
figure, tra il fumetto e la semplificazione della vignetta satirica,
un occhio (mai perduto) al mondo di Jean-Michel Basquiat: teschi,
corone, tracce di una realtà interiore, senza l'africa a
monte, ma un'energia che rinvia ad un primitivo inespresso, che
forse del graffitismo è il nesso profondo e vero. "il
passaggio all'arte vera e proprioa dalla strada è un percorso
tecnico e poetico - afferma il giovane pittore -. Si tratta di coniugare
la stessa tensione ribaltante per dare al segno il senso della protesta.
Senza miti politici". Giovani e con disincanto.
Perchè anche questo è il tempo che stiamo attraversando,
non solo nell'arte di strada. Che abbandona la chitarra, le scarpe
da vagabondo, ed entra nei circuiti per portare una parola che ha
radici nella civiltà con cui si è concluso un secolo
pieno di entusiasmi e di inquietudini.
in attesa di una mostra che consenta di radunare le opere di un
giovane, che vuole lasciare una traccia, un segno, tramandare un
gesto di esistenza: "Filippo Minelli", scrive sul suo
biglietto da visita, "The idiot son you would like to have". |
|