Certo, se qualcuno arriva a questa personale di Filippo Minelli non trova le cose che si immaginerebbe di vedere. Minelli è quel tipo di artista che non fa mai quello che ti aspetti, anche se te ne ha già parlato, il suo progetto ha sempre almeno un dettaglio, una sfumatura, un particolare, anche una piccola scelta che ti lascia a bocca aperta. Non è che si vuole proporre Minelli come un incantatore, solo Minelli fa delle magie che normalmente si chiamano provocazioni: un giorno decide di fare una piccola bruciatura su una tela e te la fa vedere, il giorno dopo quella stessa tela è ridotta totalmente in cenere.

Abbiamo visto Minelli in versione street, le sue origini che non lo lasceranno mai e che gli consentono di avere una cifra stilistica assolutamente personale. Lo abbiamo visto nei collage. Lo abbiamo visto nelle opere più optical, con gli accostamenti più improbabili, gli interventi verbali, le polaroid. Abbiamo conosciuto i suoi interventi con i fumogeni e le linee tracciate in giro per l’Europa. Minelli è uno che un giorno si sveglia e sceglie di fare un video. E non solo lo fa, ma lo fa bene.
Questa volta questo giovane esplosivo ci può conquistare con la poesia: Minelli ha scelto di tornare a un tratto impulsivo, primordiale, ha ripreso a spalmare l’olio sulla tela con le mani ricordandoci che anche “da grandi” ci sono aspetti dell’essere bambino che forse sarebbe bene non perdere. Ogni tanto mette delle polaroid, credo l’unico formato fotografico con cui giochi, che possono riportarci al suo progetto Silence come alle immagini dei suoi viaggi, il grande ?lo conduttore di tutta la sua produzione.
Non abbiamo bisogno di cose sorprendenti, perché dalla semplicità Minelli lascia emergere un’emozione irruente che coinvolge lo spettatore tra segni quasi elementari di un disegno cerebrale, calibrato dai contrasti cromatici, dalle stesure apparentemente disordinate, da un equilibrio che è un’anticamera dell’antologia del suo percorso, da una scelta concettuale forte e voluta.
Ci troviamo di fronte a delle opere più discrete e ricche della storia di Filippo Minelli, non sono sfacciate né provocatorie e forse si potrebbe parlare di una sua crescita visto che sono una sorta di sunto di tutti i suoi percorsi precedenti tradotti in colore, in segno, in immagini. In realtà questi quadri si propongono come uno specchio di una fase transitoria dell’artista, che sembra tirare le somme di ciò che è stata la sua produzione fino ad ora e che coincide, non casualmente, con un momento storico di una società senza più riferimenti, senza più misura, che necessita solo di ridurre tutte le forme barocche del passato per tornare a sobrietà e discrezione.
Ancora una volta, quindi, l’esperienza personale del Minelli si va a incastrare con una critica sociale: il ritorno alle origini, alla sobrietà, a un tratto più primordiale e pulito sembrano diventati ormai un obbligo nel nostro quotidiano per poter esaltare la personalità e definirla in modo più netto.
Non è un caso che a questa conclusione arrivino prima gli artisti e Filippo Minelli a guidarne le fila.

Piera Cristiani, “Esplorazione astratta del linguaggio, del silenzio e del colore” solo show - Hotel Vittoria, Brescia 2011